«Il caso Tortora è stato uno dei primi processi mediatici della storia giudiziaria italiana anche se dal primo momento si era capito che era innocente, innocente per definizione direi. La storia che gli avevano costruito addosso era impossibile». Giovanni falci, penalista di Salerno, era un giovane avvocato quando partecipò al processo Tortora. Difendeva Nino Parlati di Nocera Inferiore, che ebbe un risarcimento per ingiusta detenzione di sessanta milioni di lire, e Giovanni Procida di Salerno. Lei ha conosciuto Enzo Tortora? «Sì. Lui non aveva rapporti con tutti quelli del processo. Ci conoscemmo perché fumavamo insieme una sigaretta all’esterno dell’aula bunker, vicino al muro di cinta del carcere. Con me parlava perché di discuteva di tutto, tranne che di quel processo. Un processo figlio di quei tempi, inquisitorio. Dove la credibilità dei pentiti era un elemento fondamentale, solo dopo ci si pose il problema dei riscontri e della credibilità di quanti allora venivano chiamati pentiti ed oggi collaboratori di giustizia. La nostra conoscenza avvenne il 14 febbraio 1985 alla prima udienza. Parlavamo di tutto: vita, arte, cultura, letteratura. Era una persona con un grande garbo, una grande educazione ed una signorilità unica. Il suo garbo non apparteneva al personaggio televisivo ma all’uomo anche se viveva un dramma inimmaginabile: in carcere per l’accusa dei pentiti». Ci racconta un aneddoto? «Mi ricordo che gli feci notare che in quell’aula moderna, inaugurata il mese prima, l’accusa e la difesa erano sullo stesso piano, il giudice su una pedana leggermente rialzata. Era una novità assoluta, nei tribunali vecchi vi era una diversa composizione: la pubblica accusa aveva uno scanno uguale a quello del giudice. Gli dissi che queste nuove architetture trasmettevano un concetto di giustizia più semplice, non di sacralità. Prima i tribunali erano più simili a cattedrali e chiese, nei nuovi si respirava atmosfera più congeniale alle persone: la giustizia è fatta da uomini, non scende dall’alto. A lui piacque molto questa mia considerazione. Dopo qualche mese mi disse che ne aveva parlato con un suo amico architetto, personaggio di spicco dei Radicali, che aveva condiviso la mia opinione. Enzo Tortora parlava spesso del mondo dello spettacolo, della televisione che veniva fuori prepotentemente come televisione privata, parlava di arte anche se la sua testa era ben lontana dal divagare». Cosa percepiva in Tortora? «Un dolore iniziato come sgomento e poi diventato dolore e paura, giustamente. Viveva il dramma dell’errore. Quell’errore che non è stato ammesso ma mantenuto. Non credo alle logiche complottistiche ma credo che ci sia stata la volontà di coprire quell’errore. Enzo Tortora sentiva nefandezze, falsità che venivano dette, con lui presente, da un pentito che neanche aveva mai conosciuto e che lo chiamava “Enzino”. Lui ebbe la solidarietà dei detenuti in carcere e dei 223 imputati di quel maxi processo che fu diviso in tre tronconi. In primo grado fu condannato a dieci anni per traffico di stupefacente: l’aula si zittì. Ci fu rispetto e solidarietà per lui». Dopo quel processo è cambiato qualcosa? «Si è stato introdotto il principio della chiamata di correità: non può valere la sola parola di una persona per condannare un’altra persona ma c’era bisogno di riscontro. E questo era mancato in primo grado, senza fare verifiche. Gianni Melluso, detto “Gianni il bello” lo chiamava Enzino… Diceva “sono salito da te” ma nessuno mai controllò che nel palazzo di Tortora, sulle colline romane, casa sua era giù non sopra, si scendeva e non si saliva. Non furono mai fatti accertamenti, a differenza di quanto poi avvenne in Corte d’Appello».